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Gli standard internazionali per la tutela dei lavoratori

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Negli ultimi anni sono stati sviluppati degli standard capaci di dimostrare, in maniera disambigua, la responsabilità sociale ed etica delle aziende che li adottano. Una garanzia in più per i lavoratori.

Accanto alla legislazione che ha un potere vincolante sulle persone e sulle società, esistono, ormai da qualche anno, degli standard formulati a livello internazionale che aiutano a definire dei parametri per valutare l’impegno  e il coinvolgimento di un’azienda in specifici ambiti d’interesse.  Si potrebbe dire che, come la legge garantisce che non vengano violate delle condizioni fondamentali  per la sicurezza, la salute, il benessere delle persone, così l’adesione volontaria a questi standard, sancita e certificata da un ente di terza parte, sottolinea ciò che di positivo e proattivo si può fare affinchè alcuni principi virtuosi non restino solo sulla carta.

Lo standard SA8000 (Social Accountability), ad esempio, è stato sviluppato dal Social Accountability International (SAI, ex CEPAA) di New York, in cooperazione con un significativo numero di aziende, di organizzazioni non governative e sindacati. Ha l’obiettivo di contrastare qualsiasi forma di discriminazione sul lavoro, di combattere lo sfruttamento dei bambini e le condizioni disagiate di lavoro nelle aziende e nei subfornitori. È stato formulato e pubblicato nel 1997, basandosi sui principi delle 12 convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la convenzione dell’ONU sui Diritti del Bambino, la convenzione dell’ONU per eliminare tutte le forme di discriminazione sulle donne.

Un altro standard è l’OHSAS18001 (Occupational Health and Safety Assessment Series) nato nel 1999 per rispondere all’esigenza di avere dei criteri univoci per valutare, all’interno delle aziende, i sistemi di gestione della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Che valore possono avere questi standard che non sono né vincolanti, né “istituzionali”? Innanzitutto dimostrano l’interesse e la sensibilità dell’azienda su certi temi. È un buon inizio. L’ideale sarebbe che tutte le aziende sentissero la necessità di aderire a questi standard e forse, con il tempo, ci si arriverà. Per chi soffre di patologie come il diabete, la presenza di una certificazione di questo tipo può rappresentare una garanzia in più rispetto a qualsiasi forma di discriminazione.

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